I pazzi di Marco Bellocchio


Con l’Ora di religione Marco Bellocchio ritorna sul tema della pazzia, come attributo,

di Amleto e Re Lear, uomini di potere esclusi dal potere.
In un film che non si sottrae ad un sguardo impietoso sullo stato morale
del nostro paese

Marco Bellocchio, in una lunga intervista, ha voluto negare qualunque filiazione diretta tra questa sua Ora di religione presentata a Cannes nel 2002 e quei Pugni in tasca con cui, ormai oltre quarant’anni fa, prese il via la sua carriera di cineasta. Naturalmente gli dobbiamo credere. Però, anche in una filmografia ricca di tragedie famigliari qual’è quella del regista piacentino, il figlio pazzo matricida non riesce a non evocare la lucida follia con cui Lou Castel progettava e realizzava lo sterminio della madre, dei fratelli e, per finire, pure il suo. In ogni caso anche l’Egidio Picciafuoco de L’ora di religione, come già prima l’Alessandro dei Pugni in tasca (1965), la Giulia del Diavolo in corpo (1986), la Maddalena de Le visioni del sabba (1988) e tanti e tante altre del cinema di Bellocchio, va a rinforzare la colonia di quei Matti da slegare (1975) con cui il regista concorse dalla sua parte, tanti anni fa, all’epica esperienza di Basaglia. La pazzia di Bellocchio sorpassa quella degli Amleto o dei Lear, di coloro cioè che espulsi o estromessosi dal potere, lo osservano con uno sguardo incomprensibile agli altri. La pazzia, per Bellocchio, è piuttosto un attributo spesso consegnato alle classi pericolose oppure lo stato attraverso cui rendere possibile la ribellione. La pazzia come via di fuga, dunque; ora che pure l’arte -pare pensare Bellocchio- non ha più alcuno spazio, compressa com’è tra un Altare della patria orribile pietra di paragone cui informarsi per l’architettura e quand’anche il cinema (la sua versione massima, il suo valore esponenziale: l’animazione) abbandona il Pifferaio magico per progettare un cartoon su Maria Goretti. Forse le istituzioni totali su cui Bellocchio ha sempre ed estensivamente riflettuto, siano la famiglia piuttosto degli ospedali psichiatrici, la religione piuttosto dell’esercito (Marcia trionfale, 1976), il carcere anzichè il potere politico (La Cina è vicina, 1967), sono diventati vuoti simulacri, fondali per una foto ricordo, luoghi di improbabili e ineseguiti duelli all’alba, diplomifici di santità da conferire con la falsa testimonianza. Ma tra un’immagine beatificata, onnipresente, algida e artefatta di una Madre Santa e l’ombra del Santo Padre al pittore Ernesto Picciafuoco -e a noi con lui- lo spazio dell’esodo resta il pertugio di una porta rimasta socchiusa o lo spazio liberato di un’ora di religione (non ci confonda il titolo e ci avverta il sottotitolo: il sorriso di mia madre).
Non è ancora la rivoluzione ma è sempre meglio che morire.

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